FAST FASHION: LA MODA CHE COSTA POCO A NOI, MA MOLTO ALL’AMBIENTE

Vestiti buttati

L’industria della moda è responsabile dello sfruttamento del 20% delle risorse idriche del Pianeta e del 10% delle emissioni di anidride carbonica (più delle emissioni di tutte le flotte navali del mondo e degli aerei).

L’industria della moda inquina più di tutte le flotte navali del mondo e degli aerei

Il settore tessile, che utilizza solo il 3% delle terre arabili del mondo è responsabile dell’utilizzo del 24% di insetticidi e dell’11% di pesticidi impiegati nell’agricoltura mondiale.

Inoltre, negli anni più recenti, l’industria tessile è diventata il maggiore produttore di rifiuti plastici che finiscono negli oceani. Secondo una stima circa mezzo milione di tonnellate di microfibre plastiche si disperdono durante il lavaggio dei tessuti in poliestere, nylon o acrilico e finiscono nei mari.

E’ questo il triste quadro che è emerso a seguito della discussione dell’impatto dell’industria della moda sull’ambiente tenutasi in Svizzera durante una conferenza della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite.

La Fast Fashion arriva a produrre 52 microcollezioni in un anno

Colpa della cosiddetta Fast Fashion, la moda veloce che arriva a produrre 52 microcollezioni diverse in un anno (una a settimana), che costa poco, che rispetto al 2000 ha fatto aumentare l’acquisto di abiti del 60%. Abiti che durano una settimana, un mese, al massimo una stagione e che poi vengono gettati creando un danno enorme all’ambiente e posizionando al secondo posto l’industria della moda come settore più inquinante dopo quello del petrolio.

Oltre al terribile impatto ambientale, il settore moda è correlato a condizioni lavorative pericolose, dovute a processi di produzione non sicuri e all’utilizzo di sostanze dannose. Le produzioni delocalizzate costringono gli operai a lavorare per pochi soldi, in condizioni estreme e utilizzando forme di moderna schiavitù e di lavoro minorile

E’ possibile cambiare le cose?

Si, è possibile invertire la tendenza, ma si tratterà di un processo lungo che vedrà in campo forze diverse.

E’ fondamentale la diffusione di una maggiore consapevolezza sul significato di “moda veloce” e su ciò che comporta la produzione a basso costo.

Non si potrà tornare indietro, a quando gli abiti duravano anche 30 anni, ma molti marchi stanno già virando verso un tipo di produzione più sostenibile.

Se le aziende hanno il dovere di informare sui loro metodi di produzione, il consumatore ha il diritto di scegliere e a volte l’obbligo di rinunciare a un determinato acquisto. Perché, come disse Li Edelkoort, anticipatrice olandese di trend di moda e design nel suo “Antifashion: a Manifesto for the next decade”: Come è possibile che un indumento costi meno di un panino? Come può un prodotto che deve essere seminato, cresciuto, raccolto, setacciato, filato, tagliato e cucito, lavorato, stampato, etichettato, impacchettato e trasportato costare un paio di euro? È impossibile”.

Vuoi saperne di più sulle conseguenze della fast fashion e dell’inquinamento da rifiuti plastici? Leggi il nostro articolo sull’isola di plastica nel Pacifico e guarda il video shock >> Un’isola di Plastica Nel Pacifico

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